Controrivoluzione

Contro ogni Rivoluzione

FOIBE, L’OLOCAUSTO DIMENTICATO. LA MIA VITA PER UN’ACCA

Pubblicato da controrivoluzione su Febbraio 10, 2009

Intervista a Graziano Udovisi a cura di Maria Paola Gianni

“Non sono croato, ma italiano, e ne sono fiero! Nonostante quello che ho patito c’è qualcuno che sta falsamente diffondendo l’ipotesi che io sia croato a causa del cognome, solo per screditare la mia persona e la mia storia. Inizialmente il cognome di mio padre era “Udovicich”. Nel ‘22 è stato cambiato in Udovisi, perché con l’avvento prima del l’Italia, poi del Fascismo molti hanno deciso, in base ai loro sentimenti, di italianizzare i loro cognomi. Ma la prova che sono istriano è nell’h finale, tipica dei nomi della piccola penisola”.

Inizialmente, da un primo contatto con il tenente dell’esercito italiano Graziano Udovisi, oggi settantunenne, è emersa una certa sua reticenza nel rilasciare l’intervista. Uno dei principali motivi è la sofferenza che prova ogni volta che racconta e rivive la sua drammatica esperienza. Udovisi è determinato più che mai a ribadire il suo amore per la Patria, il suo senso del dovere e il ricordo di oltre ventimila fratelli italiani che non ce l’hanno fatta. Quello di Udovisi è un triste diario di ricordi che fa parte di un macabro e vergognoso capitolo della storia, dimenticato da troppi. Ancora oggi non dorme sonni tranquilli, i suoi pensieri tornano indietro, a quel terribile sabato 5 maggio 1945, quando si presentò alle ore 17,30 diretta mente presso il comando slavo. Il suo senso di responsabilità lo fece intervenire per cercare di salvare i suoi sottufficiali. Niente da fare. I massacratori slavi non lo fecero neanche parlare ma, dopo avergli chiesto solo nome, cognome e grado, lo legarono con le mani dietro alla schiena col fil di ferro e lo stiparono in una cella tre metri per quattro, assieme ad altri trenta italiani, stretti come sardi ne, quasi senza aria e tutti con le mani legate col fil di ferro dietro la schiena. Morivano di sete e dopo imploranti richieste hanno offerto loro un fiasco con urina. Seminudi, avevano solo un paio di pantaloni addosso.

“Bisogna ricordare che io non parlo per me stesso, ma almeno ventimila nostri italiani sono stati massacrati in questo modo, alme no ventimila!”.

Allora Udovisi era tenente della Milizia Di fesa Territoriale, reggimento comandato da Libero Sauro, figlio di Nazario Sauro, l’eroe istriano.

“Mi sono presentato insieme a un amico, che era mio ospite, proveniente dal la zona di Mantova e considerato un regnicolo, ossia un suddito del Regno d’Italia. Da sottolineare che serbi e croati, non appena occupata la zona istriana, hanno considerato slavi tutti coloro che vi risiedevano, ormai per loro non più cittadini italiani”.

Ma, anche se considerati slavi, secondo il loro modo di pensare, eravate da eliminare?

“Non tutti. C’erano quelli che nel ‘43 hanno immediata mente impugnato le armi per difendere la popolazione e il territorio italiano. Poi ci sono stati quelli che stavano a guardare e quelli che stavano con gli slavi. Ci sono stati anche tanti italiani che hanno infierito su di noi. Il PM Giuseppe Pititto li ha trovati e ha parlato di crimini contro l’umanità. Come sono stati perseguitati gli ebrei e qualcuno doveva pagare qui in Italia, cosi italiani, croati, serbi e sloveni, tutti gli jugoslavi, cioè slavi del sud, hanno detto che eravamo noi a dover pagare, come se noi avessimo di chiarate loro guerra”.

Ma perché il governo italiano non ha difeso le proprie terre e si è comportato così irresponsabilmente?

“Basti pensare che abbiamo un segretario del partito della sinistra triestina (PDS) che ha affermato sui giornali che negli anni ‘43′48 il comunismo diede copertura e legittimazione alle foibe. Quindi, era tutto preordinato, tutto predisposto. Il nostro sforzo di combattere gli slavi fu totalmente vano”.

Lei aveva solo 19 anni quando è stato sul punto di morire. Se la sente di raccontare la sua storia?

“Io non sono stato catturato, ma mi sono presentato direttamente al comando slavo e non per consegnare le armi, perché ero già in borghese. Rientrato con il mio reparto a Fola di notte, nessuno sapeva del mio ritorno, tranne alcuni dei miei compagni. Non sarebbero riusciti mai a trovarmi, ma uno dei miei sottufficiali, parlando con mia madre, disse che gli slavi li stavano cercando dappertutto e chiese se potevo fare qualcosa. Capii che avevo il dovere di presentarmi al comando slavo per dire che avevo man dato la maggioranza dei miei uomini a Trieste. Solo così, forse, avrebbero smesso di cercarli. Sono intervenuto solo per salvare qualche mio soldato”.

Ha sortito qualche effetto questo gesto di grande coraggio?

“Assolutamente no. Però, ringraziando Iddio, mi sono salvato sia io che il mio amico presentatesi con me. Lui, essendo stato considerato regnicolo, quindi abitante del Regno d’Italia, è stato man dato in un campo di concentramento, e per cercare di man tenere buoni i contatti con l’Italia lo hanno considerato prigioniero di guerra, mentre per quel che mi riguarda mi hanno considerato un traditore, perché ufficiale”.

Che sentimento è rimasto in lei dopo quella tragica storia?

“L’amaro in bocca, anche perché l’Italia ha fatto ben poco per noi”.

E poi che è successo?

“Ad un certo punto ci hanno prelevati in sei e portati in un’altra stanza per torturarci tutta la notte. Dopo mezz’ora non sentivo più nulla, avrebbero potuto anche tagliarmi a pezzettini, ma non me ne sa rei reso conto. Ormai il corpo non rispondeva più ai riflessi, era inerme, e quando a un certo momento mi hanno ordinato di alzarmi in piedi, ho cercato di guardarmi intorno: il mio volto era talmente tumefatto, livido e gonfio che ve devo a malapena da due piccole e lunghe fessure degli oc chi, dovevo avere la testa rovinata. Ricordo di aver visto un mio compagno di fronte a me, la cui schiena era completamente rossa e mi chiesi per quale motivo lo avessero dipinto di quel colore, invece era tutto il sangue che stava uscendo dalle innumerevoli ferite. Se lui era ridotto in quel modo, se gli altri erano così, allora anch’io ero in quelle condizioni, ma non me ne rendevo conto. E quando ci hanno fatto alzare in piedi per portarci fuori entrarono due ufficiali, un uomo e una donna, la quale disse che il più alto doveva stare davanti alla fila. Nessuno si mosse, allora questo ufficiale mi prese per i capelli, mi strattonò spingendomi davanti a lei, la quale senza dire una parola mi spaccò la mascella sinistra con il calcio della pistola. Mi misero alla testa della fila perché ero ufficiale, gli altri era no dietro, ma l’ultimo non ce la faceva a stare in piedi, Forse perché lo avevano massacrato più degli altri, forse perché più debole, non so. Sin dal primo momento di prigionia ci avevano legato le mani dietro la schiena col fìl di ferro, per non slegarcele mai più, neanche durante le torture. Si può facilmente immaginare come quei maledetti fili taglienti avessero solcato la carne dei polsi e come continuavano a incidere sulle ferite al minimo movimento. Poi ci misero in fila e ci portarono fuori seminudi, senza scarpe: forse il fresco della notte ha fatto in modo che capissi qualcosa di più, in quanto la testa era completamente imbambolata, il cervello funzionava relativamente. A quel punto altri soldati, ben vestiti, ci portarono fuori, nel bosco, non erano quelli che ci avevano torturato. Dovevano essere dei militari, qualcuno della banda d’accordo con loro e anche borghesi, partigiani comunisti, erano tutti contro di noi. Ci hanno disposti in fila l’uno dietro all’altro, sempre con le mani dietro la schiena e ulteriormente legati insieme tramite un filo di ferro che scorreva sotto il braccio sinistro di ognuno, per formare una fila dritta, fino ad arrivare all’ultimo che, non avendo la forza di stare in piedi, essendo svenuto a terra, era stato legato non al braccio, ma intorno al collo. Ricordo di aver sentito suggerire da due che parlavano in italiano, nel nostro dialetto, di legarlo attorno al collo. Sicuramente durante il tragitto l’ultimo è morto soffocato dal filo che ci legava l’un l’altro. Abbiamo camminato per un viottolo, non so per quanto tempo, ero distrutto e il fil di ferro che mi univa ai compagni era una tortura. Appena riuscii a farlo scorrere leggermente lungo il braccio, fino al polso, mi sembrò un sollievo; in quel momento sono scivolato e caduto. Immediatamente mi è arrivata una botta con il calcio di una mitragliatrice al rene destro. A causa di ciò ho subito tre operazioni al rene, che da quel momento ha sempre prodotto calcoli”.

Quante altre conseguenze ha avuto?

“Tante. Non solo sono stato leso in modo tale da essere sordo all’orecchio sinistro e al destro ci sento per metà. Ma dal tragitto di trasferimento da Pola fino a Fianona me ne hanno fatte di tutti i colori, mi hanno fatto mangiare della carta, dei sassi, mi hanno sparato vicino alle orecchie, si divertivano tanto a vederci sobbalzare. Mi hanno accompagnato verso un posto e ci hanno detto: «Fermatevi. La liberazione è vicina.» Dentro di me ho mandato un pensiero al Cielo. Ho guardato dentro alla foiba, ma non vedevo niente, perché era mattina presto. Giù in fondo si scorgeva solo un piccolo riflesso chiaro. Si sono tirati indietro e quando ho sentito il loro urlaccio di guerra mi sono buttato subito dentro come se questa foiba rappresentasse per me un’ancora di salvezza. Dopo un volo di 15-20 metri, non lo so, sono piombato dentro l’acqua. Venivo trascinato sempre più giù e mi dimenavo con tutta la poca forza rimasta in corpo. Ad un certo momento, non so perché, sono riuscito a liberarmi una mano. Ho immediatamente nuotato verso l’ alto e ho toccato una zolla con dell’erba, era in realtà una testa con dei capelli. L’ho afferrata e tirata in modo spasmodico verso di me e sono riuscito a risalire, ringraziando Iddio. Ho salvato un fratello”.

Questa persona dov’è ora?

“E’ andata in Australia, e purtroppo è morta, però ha lasciato la sua testimonianza. Ha lasciato l’Italia, non trovava lavoro, non trovava più pace. Ha sofferto per la lontananza dalla sua terra e per la tortura subita”.

Con queste parole termina la nostra intervista a Graziano Udovisi, unico sopravvissuto agli infoibamenti che sconvolsero l’Istria negli anni 1943-1945. La nostra speranza è che le sue parole giungano anche alle coscienze dei più sordi.

http://digilander.libero.it/nvg/udovisi.html

Per approfondire:

Rossana Mondoni
SOPRAVVISSUTO ALLE FOIBE
La vicenda di Graziano Udovisi, combattente italiano al confine orientale, infoibato dai titini, miracolosamente sopravvissuto
Presentazione di Luciano Garibaldi
Edizioni Solfanelli, Chieti 2009
[ISBN-978-88-89756-60-7]
Pagg. 126 – € 10,00

http://www.edizionisolfanelli.it/sopravvissutoallefoibe.htm

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Crestomazia breve di un neoantifascista doc (di Primo Siena)

Pubblicato da controrivoluzione su Settembre 22, 2008

Avvertenza: tutti i testi citati si debbono all’attuale Presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini. Essi sono dedicati agli italiani di memoria labile.

1) Opinioni di Fini sul fascismo e Mussolini (1987-1992)

Con la formula “Fascismo del Duemila” intedo dire che nei confronti del fascismo non vi puó essere solo nostalgia o rimpianto, legittimi in chi l’ha vissuto, ma patetici per chi è nato dopo….Per questo ho scritto di segreteria “post-fascista” in termini anagrafici… Il fascismo è stato una grande intuizione politica, non completamente attuata, che contiene risposte convincenti ai problemi del nostro tempo… Il fascismo aveva intuito che l’uomo è al centro del divenire e non puó essere assoggettato a logiche materialiste. Il fascismo aveva anche capito che Stato e Nazione non possono essere separati e che i problemi del mondo del lavoro non si risolvono con il capitalismo nè con il comunismo. Sono ricette valide anche per l’Italia d’oggi. Questo è il fascismo del Duemila. (“Il Secolo d’Italia”, 18 dic. 1987)

Un sogno per la società italiana
Ho registrtato la volontá collaborativa di molti camerati giovani e meno giovani… Cercheremo di attualizzare il nostro sogno, dimostrando che nel fascismo ci sono elementi validissimi per la societá italiana… Nessuno puó concepire il fascismo come un inferno calato sull’Italia. (“La Repubblica”, 15 dic.1987)

Radici profonde
Non fritengo che sia un paradosso per il Msi, così legato alla sue radici, avere un Segretario nato nel Dopoguerra. Vuol dire che quelle radici sono feconde, e che ci sono nuove generazioni che credono nella concezione della vita e nella visione del mondo che fu del fascismo. (“Il Secolo d’Italia”, 11 marzo 1988 )

L’intuizione mussoliniana di una terza via
Sono convinto che l’intuizione mussoliniana di una terza via alternativa al comunismo e al capitalismo sia ancora oggi attualissima… Il nostro compito è quello di attualizzare, in una società post-industriuale alle soglie del Duemila, gli insegnamenti del fascismo che con la Carta del Lavoro del 1926, l’Umanesimo del Lavoro di Gentile e i 18 Punti di Verona della Repubblica sociale italiana ha lasciato un testamento spirituale dal contenuto profondamente sociale, dal quale non possiamo prescindere. (“Il Secolo d’Italia”, 1 aprile 1988 )

Il mio fascismo
Il Msi si é sempre schierato fin dall’inizio per l’interpretazione, attualizzandoli, degli ideali del fascismo, per farli vivere in questa nostra società. Oggi il Msi continua su quella strada…Noi siamo oggi in Italia la destra, una destra autenticamente fedele alle origini… Il mio fascismo, che è quello di coloro che sono nati dopo la guerra, è soprattutto una concezione della vita tesa a porre l’uomo al centro del divenire. È una organizzazione sociale per superare il capitalismo e il comunismo… Questo è il fascismo del Duemila, tutto il resto oggi non ha significato, e certamente non puó essere giudicato in termini politici ció che appartiene alla Storia… Noi abbiamo soltanto questa presunzione: di non rinnegare il passato e di coglierne gli aspetti positivi… Io non voglio tagliare le mie radici, non per calcoli politici, ma perchè questa è l’essenza del Msi. (“Il Secolo d’Italia”, 25 maggio 1988 )

Fascismo, libertà e pluralismo
Il fascismo coniugato con la libertà e con il pluralismo costituisce nell’attualità il punto essenziale di riferimento per un partito che, come il Msi, intende rinnovare l’Italia senza complessi verso la Storia nazionale. (“Il Secolo d’Italia”, 13 giugno 1989)

Niente abiure
Nessuno può chiederci abiure della nostra matrice fascista… Non si capisce appieno il Ventesimo secolo e quel che accadde all’Est, se non si comprende la natura del fascismo. (“Il Giornale”, 5 gennaio 1990)

Mussolini: una figura necessaria
Il pensiero e la figura di Mussolini sono un riferimento di carattere storico e per certi aspetti di carattere politico non soltanto indispensabile al Msi, ma necessario all’Italia per capire se stessa e riconciliarsi con la sua storia. (“Il Secolo d’Italia”, 5 febbraio 1992)

Il merito del fascismo
Se nel 1922 il nostro Paese non divenne una repubblica sovietizzata, il merito fu del fascismo. (“Il Secolo d’Italia”, 29 marzo 1992)

Una Piazza per Mussolini
L’identità ideologica del Msi si manifesta anche nei rituali (come il saluto romano). Ma il Msi fa politica e non si ferma ovviamente ai rituali. Mussolini sarà consegnato alla storia soltanto quando gli antifascisti avranno accettato di confrontarsi serenamente e senza pregiuidizi con il suo pensiero e le sue opere.In quel momento non penso però che Mussolini sarà appeso ad una parete come un quadro. A lui, come Cavour, Mazzini e Garibaldi, saranno intitolate piazze e monumenti. (“ Il Giornale”, 19 ottobre 1992)

Post-fascismo: non rinnegare, non restaurare
Il Msi rappresenta una destra neofascista? Io credo in tutta coerenza che il fascismo sia consegnato ormai in modo irreversibile alla storia e al suo giudizio. Nessuno ci può chiedere di rinnegarlo nel momento in cui diciamo chiaramente che non vogliamo restaurarlo. Siamo anche noi, come tutti gli italiani, non neofascisti, ma post-fascisti. (“Il Secolo d’Italia”, 12 dicembre 1992)

2) Gianfranco Fini e l’antifascismo (1988-1993)

L’antifascismo: un non valore
Il Msi si è sempre rifiutato di considerare l’antifascismo come una sorta di mito unificante, di unica ragione di vita di questa Repubblica. E a maggior ragione ci auguriamo che nel prossimo futuro i nostri figli siano giudicati per quel che dicono, per quel che pensano, per quel che fanno e non per quello che hanno fatto i loro padri e i loro nonni nel 1945. E allora l’antifascismo di per sè non è un valore. (“Il Secolo d’Italia”, 8 gennaio 1988).

Una Repubblica ipocrita
La pacificazione nazionale sotterrerebbe definitivamente un mito ipocrita: quello di una Repubblica che nata dalla resistenza, pretende di continuare a campare sull’odio fra italiani. (“Il Secolo d’Italia”, 9 febbraio 1992)

L’antifascismo non è la pietra fondante della Repubblica di tutti gli italiani
Abbiamo scelto il 25 aprile perchè è giunto il momento di confrontarsi con questa data di cui rimane qualche traccia solo in coloro che nel ’45 erano antifascisti in buona fede e che pertanto rispettiamo. Ma pretendo lo stesso rispetto anche per coloro che erano dall’altra parte, per chi è stato sconfitto dalle armi, non certo dalla storia. Non accettiamo più a distanza di quasi cinquant’anni, che dell’antifascismo si possa fare la pietra fondante della Repubblica di tutti gli italiani. Fino a quando le istituzioni non ricomporranno le ferite e non renderanno i giusti meriti, sarò autorizzato a dire che non vi è nel nostro Paese alcun tipo di partecipazione popolare per una data celebrata da chi ha fatto dell’antifascismo il proprio mestiere. (“Il Secolo d’Italia”, 26 aprile 1992)

La “Via dell’Onore” e la “Resistenza”
Oggi in Italia la necessità di seminare ancora odio è di chi non può dire altro che “abbiamo fatto la resistenza”, e non di coloro che scelsero la via dell’onore risultando sconfitti soltanto con le armi. (“Il Secolo d’Italia”, 12 ottobre 1993)

 

3) Intermezzo: una profetica avvertenza del 1989
 

G. Fini e il tempo dei Camaleonti
C’è da stare molto attenti affichè non arrivi il tempo dei camaleonti, cioè dei comunisti che cercano affannosamente di riciclarsi con nuove formule e sotto nuove forme e nuovi nomi. (“Il Secolo d’Italia”, 30 dicembre 1989)

4) Gianfranco Fini, presidente della Camera dei Deputati (2008).

Parlando ai giovani di AN, il 12 settembre 2008, Fini striglia i suoi, affermando: . Lo riferisce il Corriere della Sera nella sua edizione on-line del giorno seguente, che riporto con i rispettivi titoli:

“I resistenti stavano dalla parte giusta, i repubblichini dalla parte sbagliata. E’ doveroso dire che, se non è in discussione la buonafede, non si può equiparare chi stava da una parte e combatteva per una causa giusta di eguaglianza e libertèa e chi stava dalla parte sbagliata”.
Il presidente dalla Casmera Gianfranco Fini approfitta della festa dei giovani di An di Roma per pendere posizione dopo le polemiche scatenate nei giorni scorsi dal ministro Ignazio La Russa e dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno su Salò e le leggi razziali.
“La destra – rìafferma Fini – deve ribadire in ogni circostanza questi concetti, proprio per superare il passato, non per archiviarlo, ma per costruire una memoria che consenta al nostro popolo di andare avanti”.
Democrazia e antifascismo
“Chi è democratico, cioè si riconosce nei valori della libertà, dell’uguaglianza e della giuistizia sociale, è antifascista, ma non tutti gli antifascisti in Italia erano democratici”…
“Sono convinto non da oggi – spiega Fini – che la destra italiana debba senza ambiguità e reticenze dire che si riconosce in alcuni valori certamente presenti nella costituzione: la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale. Valori che hanno guidato e ancora guidano il cammino della destra e che sono valori di ogni democrazia e che, a pieno titolo, sono antifascisti.

La sequenza di questi testi, rappresenta la lunga marcia di Gianfranco Fini dal “Fascismo del Duemila” al suo “attuale antifascismo”. Se c’e una lezione morale in questa marcia e nella sua disinvolta conclusione (?) – e, a mio modesto avviso, c’è – la può trarre facilmente il lettore.

Santiago del Cile, 14 settembre 2008

Primo SIENA
Bersagliere della Rsi
Militante e dirigente del Msi per oltre un trentennio

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CEFALONIA: LA RELAZIONE DI P. PAOLETTI AL CONVEGNO DI PARMA

Pubblicato da controrivoluzione su Maggio 29, 2008

Il 2 e 3 marzo 2007 si è tenuto a Parma il Convegno “Cefalonia Settembre 1943: lo sterminio della divisione Acqui una pagina di Storia da raccontare”, a mio parere nato già morto per l’ostinazione degli organizzatori a non volersi piegare all’evidenza della realtà in merito al “presunto” e INESISTENTE STERMINIO a loro più volte da me inutilmente comunicata.
Uno dei relatori fu Paolo Paoletti che nella sua farneticante relazione tutta incentrata su folli accuse di tradimento al gen. Gandin, attaccò in modo bilioso e al limite della decenza anche dei partecipanti della vicenda degni del massimo rispetto come Padre Romualdo Formato da lui additato come un prete “al soldo” del nemico e anche il sottoscritto “reo” di aver “ridotto” a meno di 2.000 il numero dei Caduti di Cefalonia non perché ciò risulta da Documenti rinvenuti nell’Archivio Storico dello Stato Maggiore ma solo per capriccio di natura ovviamente “revisionistica”: dal che la qualifica appioppatami di “negazionista” ed altri “complimenti” di vario genere che, per la loro insensatezza si ritorcono contro di lui dipingendolo per quello che è: un astioso e quasi paranoico sostenitore di un’assurda tesi che con Cefalonia ha poco a che fare e molto, invece, con le diffamazioni — care alla Sinistra — del nostro Esercito come il vilipendio del gen. Gandin da lui compiuto dimostra senza che, purtroppo, le FFAA facciano nulla per controbatterlo.

La lettura nel suo intervento dei complimenti a me riservati mi ha suggerito pertanto le OSSERVAZIONI che seguono:

 Nella sua Relazione Paoletti critica le mie ricerche sui dati numerici dei Caduti scrivendo che la mia sicurezza in merito deriva dal fatto di aver copiato “l’unico elenco dei Caduti esistente, compilato negli anni ’70 dall’Associazione Nazionale Superstiti Reduci e Familiari di Caduti Divisione Acqui – Sezione Regionale del Lazio. Esso è contenuto in una pubblicazione dal titolo “Onore ai caduti”… dove figurano i nomi dei Caduti della div. Acqui nelle isole Jonie, dopo l’8 settembre 1943, con l’ausilio dei dati che le Autorità Militari gli fornirono” e il virgolettato da lui usato fa ritenere che egli abbia riportato il periodo in questione testualmente dal mio libro “I Caduti di Cefalonia: fine di un Mito” (che cita nella nota): ma non è così.

 L’insegnante di tedesco Paolo Paoletti, un tempo qualificato come “professore” ma forse a causa delle mie precisazioni ridimensionato nel ruolo di semplice “ricercatore” (naturalmente di quel che a lui aggrada ma non del resto) ha infatti riportato nel virgolettato una frase che io non ho scritto e ciò è ancor più condannabile in quanto egli ricevette a suo tempo il mio libro che certamente avrà letto, magari digrignando i denti per la rabbia di aver trovato in esso la solenne smentita dei suoi “farneticanti” assiomi riassumibili nei due dogmi che seguono e cioè che: 1) a Cefalonia vi fu un eccidio esteso “ANCHE” della Truppa a differenza di quanto avvenne a Corfù; 2) la colpa fu del gen. Gandin il quale comunicò ai tedeschi che i suoi uomini non volevano cedere le armi con ciò provocando la furia tedesca contro di loro che dette luogo ad un “eccidio” da lui definito “CICLOPICO” e quantificato nel suo primo libro (I TRADITI I CEFALONIA) in 10.500 assassinati (su 11.500 membri della divisione!) salvo il successivo “ridimensionamento” a circa 4.000 di cui egli parla — con faccia di bronzo questa sì ciclopica! — anche nella Relazione in oggetto.

 Inoltre egli mi accusa di aver dato per “morti” a Cefalonia due Finanzieri che, da notizie da lui assunte, non furono uccisi dai tedeschi ma successivamente dai partigiani greci e ciò conferma se mai ce ne fosse bisogno che i Morti a Cefalonia — per mano tedesca — furono due in meno e che Paoletti nella sua foia di sterminio totale non ha tenuto conto dell’avvertenza di cui a pag. 71 del mio libro: “Si terrà conto in sede di ristampa o nuova edizione di eventuali segnalazioni che perverranno per correzioni o integrazioni” adoperando la notizia da lui avuta per irridere alle mie ricerche e ciò la dice lunga sulla sua obiettività.

 Ma non basta. Se Paoletti fosse stato in buona fede avrebbe dovuto riportare — magari virgolettato — almeno un accenno all’iter delle mie ricerche conseguenti AD UN NUOVO DOCUMENTO DI FONDAMENTALE IMPORTANZA che è alla base di esse come si legge a pagina 30 del mio libro (I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO) e che, a causa dei suoi NON CASUALI silenzi, provvedo io a riportare: «Abbiamo infatti rinvenuto presso l’Archivio Storico dello Stato maggiore dell’esercito — nel Fondo L/3, cartella S. P. (Studi Particolari) 256/13 Albo d’Oro — un documento intitolato “Documentazione completa relativa ai Caduti e Dispersi nel corso del Secondo Conflitto Mondiale, inquadrati nella Divisione Acqui e relativi Reparti di supporto”.»

 Se egli anziché tacere l’esistenza di questo Documento ne avesse tenuto presenti le risultanze avrebbe fatto una miglior figura che, tra l’altro, gli avrebbe evitato di mostrarsi come un “mercante di morte” che qualifica come “negazionista” chi, come lo scrivente è l’unico fino ad oggi ad essersi dedicato ad una ricerca ragionevole e non campata in aria sul delicato argomento.

 Di un cosa però gli sono grato, cioè di aver messo involontariamente in discussione il titolo stesso del Convegno dedicato allo “STERMINIO DELLA ACQUI” scrivendo nella relazione che a proposito dei Caduti “in fin dei conti non è neppure importante stabilirne l’esatto numero”.

Ma come! Fino a ieri lui e gli altri contatori di “balle” ci hanno parlato di 10.500 morti, di CICLOPICO STERMINIO quale non si era più visto dalle “epoche precolombiane” (parole sue) ed ora candidamente confessa che il numero dei Caduti è un particolare secondario.

 Mi fermo qui per non soggiacere all’impulso di usare il turpiloquio e, per meglio chiarire come stanno le cose allego un mio articolo pubblicato nel web consigliandone vivamente la lettura all’insegnante di tedesco Paoletti ed ai suoi “compagni di merende” anche se forse l’avrà letto ma per mantenere il punto non lo dirà a nessuno:

http://www.italiaestera.net/modules.php?name=News&file=brevi&sid=3726

Massimo Filippini

 

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Il mito Che Guevara e il futuro della libertà

Pubblicato da controrivoluzione su Maggio 12, 2008

Il Che era un mito. Il Che era anche bello, quasi tutti erano innamorati di lui e molti lo sono tuttora, nel XXI secolo, mentre il suo volto replicato all’infinito come un prodotto del mercato globale ci guarda dai poster e dalle magliette. Ma se distogliamo gli occhi dalla sua immagine per volgerli là dove la realtà prende corpo, scopriamo che il sogno della rivoluzione ha lasciato dietro di sé i corpi trucidati di centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. E di questi morti è responsabile anche il Che, come uomo e come mito.
Come e più di altri caudillos latino-americani, da Castro a Pinochet, da Cárdenas a Fujimori, Che Guevara era violento al punto di provare piacere nel distruggere gli avversari (e anche uomini inermi) ed era incapace di usare il potere tanto agognato per costruire sviluppo e amministrare società ed economie in tempo di pace. Se il primo passo per affrontare la realtà è squarciare il velo del mito, Alvaro Vargas Llosa lo fa utilizzando testimonianze inedite (o inascoltate) che gettano sul Che una luce impietosa e inquietante. Poi, però, si tratta di leggere il passato allo scopo di tracciare un percorso per il futuro.
Analizzando la storia dell’America Latina, Vargas Llosa cerca di mettere a fuoco le ragioni profonde di un fenomeno vistoso: la costante instabilità. I paesi di questo continente si trasformano regolarmente in democrazie deboli o fittizie o in regimi autoritari – socialisti o militaristi, populisti, nazionalisti o filocapitalisti –, con l’esito drammatico e prevedibile di non potere costruire le indispensabili premesse dello sviluppo socio-economico: le libertà individuali, la legalità, l’iniziativa economica. E questo nonostante la cultura iberica abbia saputo anticipare, fin dal XVI secolo con la Scuola di Salamanca e il giusnaturalismo tomista, le idee e le innovazioni della Scuola Austriaca e del capitalismo liberista.
Eppure anche in America Latina sopravvive un individualismo «virtuoso», erede di quello che si opponeva all’ottusa autorità imperiale di Madrid, l’individualismo dei piccolissimi imprenditori della cosiddetta economia sommersa, che negli ultimi decenni hanno saputo crearsi un accesso al mercato e alle risorse che il sistema statalista non consentiva e non consente.

ALVARO VARGAS LLOSA, nato in Perù nel 1966 e figlio di Mario Vargas Llosa, è direttore del Center on Global Prosperity dell’Independent Institute. Collabora al «Wall Street Journal», al «New York Times», a «El País» e alla rivista «Time», oltre che con la BBC, la ABC e altri network. Tra le sue opere ricordiamo La fauna política latinoamericana. Neopopulistas reyes pasmados e insoportables (2004) e Liberty for Latin America. How to Undo 500 Years of State Oppression (2005).

 

Vargas Llosa A.
Il mito Che Guevara e il futuro della libertà
Pp. 112 - Euro 12,00
ISBN: 978-88-7180-659-4

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CONVEGNO SU GUARESCHI (Rimini, Giovedì 29/05/2008, ore 21:00)

Pubblicato da controrivoluzione su Maggio 9, 2008

CONVEGNO SU GUARESCHI

Giovedì 29 maggio 2008 alle ore 21:00
all’hotel Polo in Via Vespucci 23 a Marina di Rimini il Centro studi Giuseppe Federici in collaborazione con la Circoscrizione 1 del Comune di Rimini organizza il convegno sul tema:

Giovannino Guareschi e il mondo piccolo.
Ovvero come sopravvivere con fede e ironia al mondo moderno.
Nel centenario della nascita dello scrittore.

Relatori:
dott. Alessandro Gnocchi, scrittore e giornalista.
Prof. Pucci Cipriani, giornalista.Ingresso libero.  

info@centrostudifederici.org
www.centrostudifederici.orginfo@centrostudifederici.org
www.centrostudifederici.org

 

info@centrostudifederici.org
www.centrostudifederici.org

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A PROPOSITO DEL PREMIO ACQUI STORIA E DEI FATTI DI CEFALONIA SU CUI SI BASA

Pubblicato da controrivoluzione su Maggio 9, 2008

Alla cortese attenzione dell’Assessore alla Cultura della Regione Piemonte Gianni Oliva

A PROPOSITO DEL PREMIO ACQUI STORIA E DEI FATTI DI CEFALONIA SU CUI SI BASA

Egr. Assessore Oliva,

in qualità di Orfano del maggiore Federico Filippini, comandante il Genio della Divisione ‘Acqui’ , fucilato dai tedeschi a Cefalonia il 25.9.1943, Le espongo quanto segue.
Premesso che ho letto tutto ciò che c’era da leggere sulla vicenda del Premio Acqui Storia e relative polemiche, osservo che mi sembra esagerato, dopo decenni di gestione dello stesso sbilanciata -come anch’Ella ha riconosciuto- a Sinistra, sparare a zero contro i cambiamenti apportati dal neo Assessore alla Cultura dr. Carlo Sburlati ‘reo’ di aver nominato giurati quattro personalità NON di Sinistra anche se dopo l’iniziale putiferio e le risposte date dallo stesso sembra che le dette nomine siano state successivamente ‘digerite’ sia pure – ed è naturale – ‘obtorto collo’ dai contestatori.
‘Nihil novi sub luce solis’ verrebbe da dire se non ci fosse una circostanza che da sempre accomuna in modo ‘bipartisan’ gli urlatori di entrambe le fazioni i quali –tra un insulto e l’altro- danno per scontato lo svolgimento della vicenda secondo il solito e ormai inaccettabile copione dello ‘STERMINIO DI UN’INTERA DIVISIONE’ ad ulteriore conferma della loro ignoranza più completa dei fatti di Cefalonia sui quali –incredile a dirsi- si fonda il Premio e sui quali , prudentemente, gli uni e gli altri si astengono dall’accapigliarsi per l’ovvio motivo che TUTTI INDISTAMENTE ne sanno poco o niente.
Le dichiarazioni avutesi negli ultimi giorni di ‘battaglia’ tra le opposte fazioni contengono infatti le solite scontate affermazioni di una divisione “massacrata dai nazisti a Cefalonia” ed altre simili che dimostrano purtroppo come il livello conoscitivo dell’argomento sia sempre il solito -cioè assai scarso- sia che si tratti di esponenti di rilievo della c. d. Sinistra COME LEI o della c. d. Destra come Pietrangelo Buttafuoco così come gli altri, giornalisti e ’studiosi’, che si sono cimentati nello scriverne in questi giorni da REPUBBLICA a LIBERO, da il GIORNALE a LA STAMPA per finire al CORRIERE DELLA SERA.
Si tratta, come è evidente, di una situazione disdicevole per la ‘casta’ degli storici di ‘mestiere’ e/o politicamente connotati soprattutto perché ormai la stragrande maggioranza di essi è o dovrebbe essere al corrente che i fatti di Cefalonia andarono in modo totalmente diverso e assolutamente inconciliabile con quanto essi sostengono e, pertanto, pur nutrendo poche speranze in un loro ravvedimento mi cimenterò nell’ennesimo tentativo –Suo tramite- di rinfrescar loro le conoscenze o meglio la memoria riportando di seguito due recensioni del mio ultimo libro sull’argomento rinvenute nel Web ove mi sembra impossibile che i sedicenti ‘esperti’ -smisuratamente aumentati negli ultimi tempi-  non l’abbiano trovate.
GlieLe invio nella speranza – SPES ULTIMA DEA – che siano lette IN PRIMIS da Lei e magari trasmesse a qualche studioso o giornalista specie de LA STAMPA -tanto solerte in affermazioni prive di fondamento storico su Cefalonia- ma  particolarmente vivace nel protestare, malgrado la sua macroscopica ignoranza dei fatti, contro il ‘nuovo corso’ del Premio Acqui:

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=18205

http://www.paginedidifesa.it/2006/caligaris_061026.html

Un’ultima notazione infine per esprimere l’auspicio che, stante l’aspetto prettamente militare dei fatti di Cefalonia verificatisi a seguito dell’ORDINE DI RESISTERE inviato al gen. Gandin dal Comando Supremo e non MOTU PROPRIO cioè per un’assurda decisione referendaria della truppa di cui la storiografia di Sinistra ha fatto -mentendo consapevolmente- il suo cavallo di battaglia, la cosa più giusta e più onesta da fare sarebbe quella di ‘deideologizzarne’ la ricostruzione onde rendere giustizia non solo alla Storia ma anche alla memoria dei Caduti che subirono il Martirio in veste di SOLDATI anche se i tedeschi, in assenza di una dichiarazione di guerra avutasi solo il 13 ottobre successivo, non esitarono -purtroppo NON SENZA RAGIONE- a qualificarli come ‘partigiani’ o ‘franchi tiratori’ limitandosi FORTUNATAMENTE- se così può dirsi dinanzi ad atroci fucilazioni ad accanirsi contro gli Ufficiali ritenendoli ‘capi e sobillatori’ di franchi tiratori e non anche contro la Truppa come da decenni si dice SAPENDO DI MENTIRE. Per comprendere ciò non credo sia necessario un particolare intelletto o una superiore versatilità negli studi storici: E’ SUFFICIENTE RACCONTARE LA VERITA’. 

Con ossequio

avv. Massimo Filippini

Orfano di un Martire di Cefalonia

Latina

 

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E’ in edicola “Storia in Rete” di maggio

Pubblicato da controrivoluzione su Maggio 8, 2008

Storia in Rete di maggio è in edicola (96 pagine, € 6,00). Questo numero è all’insegna del giallo storico: il giallo dei due Dante Alighieri, le cui vite si confondono nella biografia del Sommo Poeta, e il giallo dell’omicidio di Pico della Mirandola ed Angelo Poliziano nella Firenze di Savonarola. Poi Storia in Rete riprende e sottoscrive un articolo di Angelo Crespi (tratto da “Il Domenicale”, il settimanale diretto proprio da Crespi) sull’importanza della cultura e del bello per risollevare le sorti del nostro Paese. Si conclude su questo numero, poi, il lungo viaggio attraverso i golpe presunti o sognati nella storia d’Italia, scritto da Giano Accame, mentre Marcello Staglieno prende le difese di Indro Montanelli dopo che un libro (e un lungo articolo sulla nostra rivista nel numero di febbraio scorso) hanno messo in evidenza molte contraddizioni e forzature sulla sua esperienza di partigiano ed esule in Svizzera tra il 1943 e il 1945. Con altri pezzi poi si va a ritroso nei secoli alla scoperta dei roghi di libri nell’Inghilterra puritana del XVII secolo, del fenomeno dei castrati (e delle donne che si fingevano tali per fare le cantanti) nell’Italia settecentesca, e dell’ultimo dei Buonaparte, lo sfortunato Eugenio Napoleone, quarto della dinastia, figlio di Napoleone III e nipote del grande Corso, che andò a morire nella Guerra Zulu nel 1879. Ci riporta infine alla storia più recente l’analisi dell’umiliante resa di Pantelleria, primo atto dell’invasione dell’Italia nel 1943: una fortezza ritenuta imprendibile e che cadde, ma non senza combattere, come una vulgata maligna ha continuato a ripetere in Italia e all’estero.
www.storiainrete.com

 

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Esumata la salma di un partigiano dal mausoleo degli “eroi della Resistenza” dal cimitero della città di Vercelli

Pubblicato da controrivoluzione su Marzo 4, 2008

E’ con viva emozione che comunico di aver vinto una piccola battaglia personale, grazie anche e soprattutto all’obiettivo impegno di Giuseppe Crosio dell’Archivio di Stato di Vercelli e di Enrico De Maria giornalista de “La Stampa”.
In breve: è stata tolta una salma di un partigiano dal mausoleo degli “eroi della Resistenza” dal cimitero della città di Vercelli. Si tratta di Felice Starda, partigiano comunista che il 7 maggio 1945 insieme ad alcuni suoi complici massacrò per motivi del tutto alieni dalla politica Luigi Bonzanini di 38 anni, le due nipoti Elisa e Laura Scalfi di 17 e 22 anni casualmente a casa dello zio, ed infine la paralitica settantenne Luisa Meroni soltanto in quanto testimone oculare dell’eccidio.
Lo stesso Starda fu fucilato tre giorni dopo dai suoi compagni di partito che però fecero passare il suo omicidio come ennesima violenza fascista, per cui la moglie del delinquente fruì di un’apposita pensione vista la fine del “povero” marito. E così il corpo finì al mausoleo degli “eroi partigiani” ove rimase per più di sessant’anni non fosse che, riprendendo le ricerche di Crosio, parlai sulle “Pagine strappate della Resistenza” (Tabula Fati, Chieti 2005) anche di questa losca vicenda che il giornalista vercellese De Maria a sua volta riprese a grandi titoli facendo (ri)aprire il caso.
Alla fine, dopo due anni di polemiche ed alcune sedute della commissione toponomastica del comune di Vercelli, la decisione è stata infine presa: e credo si tratti di decisione clamorosa in quanto molte altre storie simili dovranno essere in futuro considerate. I giornali locali hanno dato modesto risalto alla notizia, La Stampa a parte, dimostrando ancora una volta quanto sia difficile e pericoloso al presente “toccare i totem” come qualcuno ha detto.
Mi piace concludere con una considerazione; da anni presento questi libri su certa Resistenza in giro per l’Italia ed in alcune – troppe – occasioni mi sono però sentito dire che “seminavo soltanto falsità per giunta decontestualizzandole”: ciò che è accaduto a Vercelli è quindi la prova dell’esatto contrario di ciò che invece potrebbe essere soltanto un inizio di un nuovo capitolo della nostra storia, altro che “revisionismo”.

Lodovico Ellena

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Campi di sterminio e fosse comuni: «La Nuova Europa» pubblica le foto segnaletiche dei detenuti, icone dei nuovi martiri

Pubblicato da controrivoluzione su Febbraio 18, 2008

Nel nuovo numero della rivista «La Nuova Europa», Lidija Golovkova (Università Ortodossa Umanistica di Mosca) presenta alcuni materiali inediti frutto di un ventennale lavoro di ricerca, per riportare alla luce i nomi e i volti delle vittime del terrore.
Il terrore veniva esercitato ovunque, paradossalmente nei luoghi più visibili (perfino nel centro di grandi città come Mosca o Leningrado), o in chiese e monasteri, spesso utilizzati come prigioni o come poligoni di fucilazione. Tutti questi luoghi, così come le fosse comuni, erano stati poi dimenticati o volutamente cancellati: vengono ora ritrovati, e torniamo a conoscerne il nome (Butovo, Kommunarka, Suchanovka…); qui si torturava e si fucilava, in genere senza alcun processo (sulla base di semplici ordini amministrativi, seguendo la cosiddetta «procedura speciale»).
Lidija Golovkova e un gruppo di studiosi di associazioni come «Memorial» stanno portando avanti un progetto per identificare le vittime del terrore, stabilire in quali fosse comuni riposano e ricostruirne le vicende personali.
L’intervento della Golovkova mette in luce anche alcune scioccanti realtà: che i sovietici hanno anticipato tecniche poi applicate dai nazisti (come l’uso del gas di scappamento dei camion per eliminare i prigionieri); che i prigionieri handicappati, o ritenuti inabili al lavoro forzato, venivano eliminati: «In questi casi si cominciò a condannare indiscriminatamente a morte, a prescindere dai capi d’imputazione, applicando in fondo la stessa politica che sarebbe stata ripresa dal nazismo con la pratica dell’eutanasia di massa nei riguardi delle “esistenze senza valore”. Per lo stesso motivo in Urss, nei decenni precedenti, la polizia segreta aveva già ucciso mutilati, sordomuti, anziani».
Un’altra verità sconosciuta è che, diversamente da quanto si pensa, «il terrore non è da addebitare esclusivamente a Stalin ma è nato con la stessa Rivoluzione»: i primi campi di concentramento furono aperti a Mosca nel 1918, nei monasteri di San Giovanni, di Andronico e del Salvatore Nuovo. Tra il 1918 e il 1922, sempre a Mosca, furono organizzati 11 lager di vario tipo.
Materiali fotografici inediti
L’intervento della Golovkova è accompagnato da immagini impressionanti: prigioni di Mosca sconosciute agli stessi moscoviti, elenchi di nomi dattiloscritti (e spuntati una volta avvenuta la fucilazione), i volti dei torturatori e le fosse comuni dove giacciono migliaia di cadaveri in parte ancora anonimi: «Abbiamo raccolto gli incartamenti relativi a 30 mila sacerdoti perseguitati e uccisi dal potere sovietico. Guardando le loro foto segnaletiche, terribili eppure bellissime, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a icone di moderni martiri».

I numeri della memoria
Dal 1937 all’autunno 1938, durante la cosiddetta «era di Ezov», i condannati – secondo un conteggio verosimilmente inferiore ai dati reali – furono 681.692; lo stesso Ezov, rapidamente caduto in disgrazia, fu giustiziato a sua volta nel febbraio 1940.
Nel solo poligono di Butovo (alla periferia di Mosca), ribattezzato «Golgota russo», morirono e furono sepolte decine di migliaia di persone, finora identificate appena in parte. Fino a oggi sono stati catalogati almeno 800 punti di morte immediata in tutta la Russia, ma solo in pochissimi casi è stato possibile fare qualcosa per conservarne la memoria.

 

Numero singolo: Euro 6 – Abbonamento annuo: Euro  30,00
[su c/c post. n. 40114209 int. a R.C. Edizioni srl, Via Tasca n. 36 - 24068 Seriate - BG]
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ARMENIA: SECONDO COMMISSIONE USA FU GENOCIDIO. GELO DA PARTE DI ANKARA.

Pubblicato da controrivoluzione su Ottobre 12, 2007

Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato a Washington una risoluzione che definisce «genocidio» i massacri degli armeni da parte dell’Impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale. La prima reazione di condanna da parte di Ankara è venuta addirittura dal presidente turco Abdullah Gul, che ha subito definito «inaccettabile» il documento. Il presidente americano George W. Bush aveva ammonito poche ore prima la commissione Esteri della Camera dei rappresentanti che il passaggio del documento, anche se largamente simbolico, avrebbe potuto mettere a rischio la sicurezza dei soldati in Iraq e gli sforzi degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo.

Il Governo turco aveva invitato a sua volta il Congresso a non passare la mozione, che è stata invece approvata con 27 voti contro 21 dopo un acceso dibattito. Sarà adesso l’intera Camera a votare il documento tra alcuni giorni. «Questa decisione inaccettabile della commissione (…) non ha alcun fondamento e non rispetta i turchi», ha dichiarato Gul all’agenzia ufficiosa Anadolu. «Sfortunatamente, alcuni uomini politici negli Stati Uniti non si sono attenuti al buonsenso e hanno di nuovo preferito sacrificare grandi questioni a piccoli problemi di politica interna. Non è un atto che giova ai rappresentanti di una nazione quale gli Stati Uniti», ha aggiunto.

Il dibattito in Congresso aveva coinciso con una giornata di febbrili appelli, mentre la Casa Bianca tentava di frenare le progettate incursioni di Ankara nel nord dell’Iraq per rispondere ad attacchi dei ribelli curdi del Pkk. Il presidente della Comissione Tom Lantos, un democratico della California, ha messo in guardia contro i rischi che avrebbero corso i soldati americani in Iraq, dopo la benedizione del patriarca armeno, Catholikos Karekin II, che ha parlato di genocidio nella preghiera in aula. «L’approvazione da parte del Congresso della risoluzione non è la risposta storica giusta a queste uccisioni di massa e provocherebbe danni considerevoli ai rapporti tra Stati Uniti e Turchia, un alleato chiave nella Nato, e alla guerra al terrorismo», ha detto Bush, mentre il segretario di Stato Condoleezza Rice avvertiva di potenziali problemi per gli sforzi degli Stati Uniti di portare la pace in Medio Oriente.

Al fianco della Rice il capo del Pentagono Robert Gates aveva ricordato che i comandanti militari in Iraq avevano espresso preoccupazione per l’evolversi del dibattito parlamentare. «Circa il 70% dei nostri trasporti cargo aerei diretti in Iraq transitano dalla Turchia», aveva ricordato Gates: «I nostri comandi ritengono che l’accesso agli aeroporti e alle strade in Turchia potrebbe essere messo a repentaglio se questa risoluzione passa e se la Turchia reagirà nel modo che loro prevedono». La questione della risoluzione sul genocidio degli armeni era latente da anni in Congresso: il deputato democratico di Burbank in California Adam Schiff, il cui distretto è a stragrande maggioranza armeno, aveva fatto da anni pressioni per far passare un testo su cui stavolta ha raccolto le firme di oltre metà del 435 membri della Camera, tra cui la presidente Nancy Pelosi, che ha auspicato di far portare il testo al voto dell’aula.

La risoluzione chiede a Bush di usare la parola genocidio quando, come ogni anno, il prossimo aprile terrà il messaggio annuale sulle stragi. Tra i predecessori di Bush, solo Ronald Reagan aveva usato – e una volta sola – la parola incandescente. I successori di Reagan, George Bush padre e Bill Clinton, avevano evitato per non urtare le sensibilità della Turchia. L’amministrazione stavolta non aveva risparmiato gli sforzi per bloccare la risoluzione. Il Dipartimento di Stato si era assicurato la firma di otto ex segretari di Stato, tra cui Henry Kissinger e Madeleine Albright, su una lettera contro la risoluzione. Tre ex ministri della Difesa hanno fatto lo stesso. Dopo il voto, il dipartimento di stato si è detto contrariato: «Ci rammarichiamo che la commissione Affari esteri della Camera abbia approvato una risoluzione (sul genocidio) e abbia inviato questo testo all’esame della Camera in sessione plenaria», ha dichiarato il portavoce Sean McCormack. «L’ amministrazione continua a opporsi energicamente a questa risoluzione, che può solo inasprire le relazioni tra Stati Uniti e Turchia, e gli interessi americani in Europa e in Medio Oriente», ha aggiunto.

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